Il frutto concesso

Piccoli accorgimenti quotidiani per un consumo responsabile

BRUTTO MA BUONO: lo zucchero di canna integrale gennaio 21, 2013

Filed under: Salute — elisabettapsi @ 2:39 pm
Tags: , ,

Gli slogan della nostra cultura fintamente salutista, in realtà semplicemente ossessionata dalla magrezza (che è ben diverso) ci hanno abituato a pensare allo zucchero quasi come a una sostanza pericolosa, da cui guardarsi.

Certo, dipende da quale zucchero prendiamo in considerazione! Anche se si tratta sempre di saccarosio, ci sono da sapere alcuni dettagli, che proprio dettagli non sono.

Immagine

Lo zucchero bianco subisce una lunga serie di trasformazioni chimiche inutili quando non dannose. Per prima cosa viene depurato con latte di calce, e successivamente pulito dalla calce stessa con anidride carbonica. Ma questo processo serve a “depurarlo” da nient’altro che dalla melassa, ricca di enzimi e sali minerali importanti per la nostra salute!

E non è finita. Nonostante il saccarosio sia di per sé bianco, per eliminare ogni residuo di altre sostanze e ottenere un colore candido lo zucchero va trattato ancora con altre sostanze chimiche, tra cui il velenoso acido solforoso.

Oltre al danno la beffa: per poter essere assimilato, questo zucchero impoverito ha bisogno di sottrarre al nostro corpo proprio quei preziosi enzimi e sali minerali di cui inizialmente era ricco, e che sono stati sacrificati a una questione puramente estetica!

Attenzione però: solo una subdola operazione di marketing, che sfrutta proprio una crescente consapevolezza della gente sulle questioni alimentari, è riuscita a diffondere l’idea che lo zucchero di canna cosiddetto grezzo, per intenderci quello che si trova facilmente anche in bustine al bar, sia più salutare di quello bianco. Ciò è in buona parte falso. Infatti, anche se non è sbiancato, ha comunque subito l’eliminazione chimica della melassa per poter assumere un aspetto cristallino.

Il vero zucchero di canna integrale (in primo piano nella foto) è difficile da reperire, e finora l’ho trovato soltanto nei negozi equosolidali e negli scaffali del supermercato dedicati al commercio equosolidale. Questo tipo di zucchero ha in tutto e per tutto l’aspetto della sabbia umida, ma ha anche una serie di benefici più importanti di un bel colore:

– conserva la melassa con tutti i suoi principi nutritivi, in particolare calcio e potassio

– non essendo saccarosio puro, viene assorbito più lentamente dall’organismo, evitando il picco glicemico che danneggia il metabolismo e il cuore

– non essendo raffinato, non provoca i seppur lievi effetti di dipendenza che secondo molti studi sono indotti da tutti i cibi industriali e molto lavorati

– non consuma energia e acqua in inutili lavorazioni

– ha un sapore più ricco

Insomma, lo zucchero bianco significa più gente malata di cuore e con ossa deboli, e più bambini assuefatti ai dolci e ai cibi industriali: quanti affari per le industrie farmaceutiche e alimentari!
Lo zucchero integrale invece significa un prodotto più salutare per noi e per l’ambiente.

Annunci
 

Il Commercio Equosolidale: 6 buoni motivi gennaio 7, 2013

Filed under: Ambiente,Etica,Salute — elisabettapsi @ 3:59 pm
Tags: , ,

In Italia sono presenti circa 600 negozi equosolidali. I prodotti equosolidali si trovano anche in più di 5000 punti vendita delle grandi catene di distribuzione. Il commercio equosolidale riguarda prodotti provenienti da Paesi in via di sviluppo, soprattutto generi alimentari e artigianato di varia natura, dall’abbigliamento ai giocattoli, dagli articoli per la casa alle bomboniere per ogni cerimonia. Ma per quali motivi si dovrebbero preferire questi prodotti a quelli provenienti dai circuiti delle grandi multinazionali dell’importazione? Ovvero, quali sono le caratteristiche che li rendono diversi? Ecco alcuni punti essenziali:

1. Gli obiettivi: le grandi aziende importatrici operano per il profitto a vantaggio dei Paesi già sviluppati e ricchi, gli importatori equosolidali lavorano contro lo sfruttamento economico, politico e sociale da parte dei Paesi occidentali nei confronti di quelli più poveri.

2. La tutela economica dei produttori: le aziende dei circuiti equosolidali mettono in atto molte strategie per favorire economicamente i lavoratori del Sud del mondo, rimediando a una piccola parte delle ingiustizie che partono dalle antiche tratte degli schiavi e arrivano fino alle favelas. In primo luogo, si stipulano con i produttori contratti stabili e di durata pluriennale, consentendo ai lavoratori di fare progetti a lungo termine. La cifra è pattuita in accordo con i produttori, e non decisa unilateralmente dagli importatori. Il pagamento è corrisposto anticipatamente: non dopo mesi o anni, e non solo se il raccolto è stato abbondante. Sembra assurdo, ma molte multinazionali pagano gli stipendi soltanto in quel caso, senza tenere conto del fatto che anche se una tempesta ha distrutto il raccolto, i contadini hanno lavorato ugualmente.

3. La tutela sociale dei lavoratori: per rientrare nel circuito del commercio equosolidale, un’organizzazione produttiva deve destinare una parte del budget a progetti di sviluppo sociale come scuola, formazione e infrastrutture. Inoltre le organizzazioni equosolidali tendono, mediante la creazione oculata di posti di lavoro, a favorire l’emancipazione di fasce deboli della popolazione, come le donne in Paesi di cultura fortemente maschilista o i malati psichiatrici in aziende dei Paesi occidentali dove le materie prime vengono trasformate. Inutile dire che il lavoro minorile è assolutamente bandito. Ma è davvero inutile dirlo? Forse no, visto che molte multinazionali vi ricorrono ancora abbondantemente.

4. La tutela dell’ambiente: nelle modalità di produzione, negli imballaggi e in ogni aspetto dell’organizzazione si mettono in atto provvedimenti a tutela dell’ambiente: le più evidenti sono l’utilizzo di materie prime riciclabili o riciclate, e l’impiego di tecniche di agricoltura biologica.

5. La filiera: per filiera si intende la catena di passaggi che vanno dal produttore, all’importatore e infine al consumatore. Nella grande distribuzione il prodotto percorre una serie lunghissima di passaggi, che fanno aumentare il profitto per le multinazionali dell’importazione e il tempo durante cui il prodotto invecchia prima di arrivare a noi. Ad esempio, le banane provenienti dalla regione di Meru (Kenya) vengono pagate ai produttori soltanto 3 euro e 50 a casco (fatevi due calcoli) e verranno probabilmente congelate per mesi prima che arrivino sulla nostra tavola, accompagnate quando va bene da un’indicazione di provenienza molto vaga.
Nel commercio equosolidale questa catena di passaggi si accorcia al minimo, potendo così aumentare di molto il profitto per i produttori aumentando solo minimamente il costo per il consumatore, e rendendo ogni ingrediente completamente tracciabile. Su ogni confezione di cibo equosolidale è possibile leggere da quale Paese e da quale specifica organizzazione produttiva provengono gli ingredienti.

6. La qualità: ultima ma non ultima. Decisamente superiore alla maggior parte dei corrispondenti prodotti industriali: assaggiare per credere!

Allora, come mai l’Italia è ancora il Paese più arretrato d’Europa per quantità di acquisti equi e solidali?