Il frutto concesso

Piccoli accorgimenti quotidiani per un consumo responsabile

Vegetariana? No, grazie. gennaio 14, 2013

Filed under: Ambiente,Etica,Salute — elisabettapsi @ 9:55 am
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Prima di andare avanti con questo blog, ci tengo a precisare la mia posizione su un questione abbastanza spinosa: il consumo di carne e pesce.

Sarò all’antica, ma credo ancora che il salvataggio degli animali dalle nostre tavole possa essere per lo meno rimandato a dopo che avremo salvato le persone dalla fame, dalle guerre, dalle ingiustizie e dalle violenze.

Mangiare carne e pesce fa bene alla nostra salute, ma ovviamente anche qui occorre porci diverse questioni se vogliamo essere consumatori responsabili.

– La carne rossa. L’allevamento bovino è responsabile del 21% delle emissioni di metano, causa di inquinamento e surriscaldamento globale: questa percentuale è la seconda in assoluto e la prima tra le cause legate all’uomo. Inoltre, per nutrire di carne poche persone si impiegano enormi quantità di acqua e di cereali che potrebbero, almeno in via teorica, diventare risorse per molte più persone. Un consumo eccessivo di carne non è nemmeno salutare per noi. In considerazione di tutto ciò, il consumo di carne rossa non dovrebbe superare un pasto alla settimana.

– La carne bianca. L’allevamento di pollame non ha sull’ambiente gli effetti devastanti di quello bovino, ma essendo più piccoli e fragili i polli ricevono, soprattutto nei grandi allevamenti industriali, enormi quantità di farmaci e ormoni che in buona sostanza restano nella carne e passano a noi. Questa assunzione indiretta di un cocktail di sostanze chimiche indiscriminato e non necessario è molto dannoso soprattutto per la salute dei bambini, ed è probabilmente alla base di fenomeni come lo sviluppo di una sorta di mammelle negli adolescenti maschi. Siccome però la carne bianca di per sé è più salutare di quella rossa, si può consumare in uno o due pasti alla settimana, scegliendo però carne proveniente da piccoli allevamenti italiani, o meglio ancora rifornendosi dal vecchio compaesano che ancora oggi alleva polli nel cortile dietro casa.

– Il pesce. Il suo consumo è molto più salutare di quello della carne, per l’elevato contenuto di minerali preziosi e di sostanze in grado di combattere il colesterolo. Andrebbe consumato in uno o due pasti alla settimana, ma anche qui ci sono accorgimenti che andrebbero rispettati. E’ meglio scegliere pesce di allevamento, che non incide quindi sull’ecosistema marino, già in pericolo in tutto il mondo a causa dello sfruttamento eccessivo. Anche i prodotti ittici poi sono soggetti a una sorta di stagionalità, su cui scriverò prossimamente. Vale anche qui, naturalmente, la regola dei chilometri 0, è meglio quindi consumare pesce proveniente dal Mediterraneo o dal Nord Europa.

Insomma, vedete bene che essere consumatori responsabili non significa alzarsi da tavola affamati!

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Alla (ri)scoperta delle stagioni gennaio 10, 2013

Filed under: Ambiente,Etica,Salute — elisabettapsi @ 7:09 pm
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Sul mercato alimentare dei Paesi ricchi come il nostro (sì, nonostante la crisi siamo un Paese ricco, e lo saremo finché tutti potremo godere di lussi come l’acqua corrente e l’elettricità in casa), è possibile reperire praticamente qualsiasi frutto e ortaggio in ogni stagione.

Ci siamo praticamente dimenticati che in Italia il pomodoro, la melanzana e il peperone maturano solo d’estate, che fragole e ciliegie sono prelibatezze di esclusiva proprietà della primavera, che i cardi e i broccoli danno il meglio di sé in inverno, che gli spinaci e i porri non amano i mesi più caldi e che solo le carote, il sedano, le insalate e le patate sono generosi con noi per tutto l’anno.

Qualsiasi dietologo afferma che variare l’alimentazione è senz’altro salutare. Questo non è del tutto vero, e non lo è per niente se si pensa alla salute di Mamma Terra.

Premesso che nessuno (o quasi) desidera i cardi a Luglio, il problema della stagionalità si pone di solito per i prodotti tipici delle stagioni calde.

Avrete certamente notato la differenza di sapore tra una fragola di Maggio e una di Febbraio: essa è dovuta al fatto che solitamente per produrre frutta e verdura fuori stagione si ricorre all’uso delle serre, riscaldate e illuminate artificialmente. Quando la pianta è forzata a produrre frutto in condizioni inadatte e artificiose, il risultato è di qualità molto inferiore sia nel gusto che nella ricchezza di vitamine e minerali che fanno di frutta e verdura alimenti salutari per eccellenza. Insomma, finiamo per mangiare qualcosa che ha solo l’aspetto del prodotto buonissimo e ricco di benefici che crediamo di avere in mano. Tutto ciò che è rosso, ad esempio, ha bisogno del sole (quello vero, non vale barare) per sintetizzare le sostanze che gli danno le sue qualità anti-invecchiamento.

Le serre, oltre a fornire un prodotto di qualità scadente, sono anche molto dannose per l’ambiente per via delle enormi quantità di energia di cui necessitano per riprodurre un calore e una luce in grado di ingannare il ritmo naturale delle piante.

Un altro modo per ottenere prodotti fuori stagione è importarli dai Paesi più caldi, nelle zone tropicali ed equatoriali. Anche questa pratica danneggia molto l’ambiente, a causa dei forti effetti inquinanti dei mezzi di trasporto usati per i lunghi spostamenti a cui sono sottoposti.

Senza contare che la maggior parte dei Paesi in questione è povera o poverissima, e questo significa anche che i lavoratori sono facilmente vittime di sfruttamento da parte delle grandi industrie agricole, e non godono delle nostre stesse tutele (sì, nonostante la precarietà del nostro mercato del lavoro, saremo fortunati finché non lavoreremo 14 ore al giorno gomito a gomito con un bambino di dieci anni). Questo in molti casi abbassa un po’ il prezzo, ma per pochi centesimi che non paghiamo noi, qualcun altro paga un prezzo incalcolabile. Tutto questo a meno che il prodotto non venga dal commercio equosolidale, realtà su cui ho scritto un altro articolo: https://ilfruttoconcesso.wordpress.com/2013/01/07/il-commercio-equosolidale/

Per amore della nostra salute e dell’unica Terra che abbiamo, facciamo un piccolo sforzo e troviamo sempre il tempo per fare alcune semplici azioni mentre facciamo la spesa:

  • Controlliamo la provenienza geografica: se non è indicata, il venditore non sta rispettando un’importante norma di legge e non merita il nostro denaro.
  • Evitiamo di comprare prodotti che provengono dall’altro capo del mondo.
  • Anche se un prodotto viene dall’Italia o da Paesi vicini, domandiamoci se è di stagione
  • Impariamo ad apprezzare i nostri prodotti preferiti solo nel loro momento migliore: il fatto di non poterli avere sempre e di dover aspettare un po’ li rende ancora più speciali!
 

Il Commercio Equosolidale: 6 buoni motivi gennaio 7, 2013

Filed under: Ambiente,Etica,Salute — elisabettapsi @ 3:59 pm
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In Italia sono presenti circa 600 negozi equosolidali. I prodotti equosolidali si trovano anche in più di 5000 punti vendita delle grandi catene di distribuzione. Il commercio equosolidale riguarda prodotti provenienti da Paesi in via di sviluppo, soprattutto generi alimentari e artigianato di varia natura, dall’abbigliamento ai giocattoli, dagli articoli per la casa alle bomboniere per ogni cerimonia. Ma per quali motivi si dovrebbero preferire questi prodotti a quelli provenienti dai circuiti delle grandi multinazionali dell’importazione? Ovvero, quali sono le caratteristiche che li rendono diversi? Ecco alcuni punti essenziali:

1. Gli obiettivi: le grandi aziende importatrici operano per il profitto a vantaggio dei Paesi già sviluppati e ricchi, gli importatori equosolidali lavorano contro lo sfruttamento economico, politico e sociale da parte dei Paesi occidentali nei confronti di quelli più poveri.

2. La tutela economica dei produttori: le aziende dei circuiti equosolidali mettono in atto molte strategie per favorire economicamente i lavoratori del Sud del mondo, rimediando a una piccola parte delle ingiustizie che partono dalle antiche tratte degli schiavi e arrivano fino alle favelas. In primo luogo, si stipulano con i produttori contratti stabili e di durata pluriennale, consentendo ai lavoratori di fare progetti a lungo termine. La cifra è pattuita in accordo con i produttori, e non decisa unilateralmente dagli importatori. Il pagamento è corrisposto anticipatamente: non dopo mesi o anni, e non solo se il raccolto è stato abbondante. Sembra assurdo, ma molte multinazionali pagano gli stipendi soltanto in quel caso, senza tenere conto del fatto che anche se una tempesta ha distrutto il raccolto, i contadini hanno lavorato ugualmente.

3. La tutela sociale dei lavoratori: per rientrare nel circuito del commercio equosolidale, un’organizzazione produttiva deve destinare una parte del budget a progetti di sviluppo sociale come scuola, formazione e infrastrutture. Inoltre le organizzazioni equosolidali tendono, mediante la creazione oculata di posti di lavoro, a favorire l’emancipazione di fasce deboli della popolazione, come le donne in Paesi di cultura fortemente maschilista o i malati psichiatrici in aziende dei Paesi occidentali dove le materie prime vengono trasformate. Inutile dire che il lavoro minorile è assolutamente bandito. Ma è davvero inutile dirlo? Forse no, visto che molte multinazionali vi ricorrono ancora abbondantemente.

4. La tutela dell’ambiente: nelle modalità di produzione, negli imballaggi e in ogni aspetto dell’organizzazione si mettono in atto provvedimenti a tutela dell’ambiente: le più evidenti sono l’utilizzo di materie prime riciclabili o riciclate, e l’impiego di tecniche di agricoltura biologica.

5. La filiera: per filiera si intende la catena di passaggi che vanno dal produttore, all’importatore e infine al consumatore. Nella grande distribuzione il prodotto percorre una serie lunghissima di passaggi, che fanno aumentare il profitto per le multinazionali dell’importazione e il tempo durante cui il prodotto invecchia prima di arrivare a noi. Ad esempio, le banane provenienti dalla regione di Meru (Kenya) vengono pagate ai produttori soltanto 3 euro e 50 a casco (fatevi due calcoli) e verranno probabilmente congelate per mesi prima che arrivino sulla nostra tavola, accompagnate quando va bene da un’indicazione di provenienza molto vaga.
Nel commercio equosolidale questa catena di passaggi si accorcia al minimo, potendo così aumentare di molto il profitto per i produttori aumentando solo minimamente il costo per il consumatore, e rendendo ogni ingrediente completamente tracciabile. Su ogni confezione di cibo equosolidale è possibile leggere da quale Paese e da quale specifica organizzazione produttiva provengono gli ingredienti.

6. La qualità: ultima ma non ultima. Decisamente superiore alla maggior parte dei corrispondenti prodotti industriali: assaggiare per credere!

Allora, come mai l’Italia è ancora il Paese più arretrato d’Europa per quantità di acquisti equi e solidali?