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Il Commercio Equosolidale: 6 buoni motivi gennaio 7, 2013

Filed under: Ambiente,Etica,Salute — elisabettapsi @ 3:59 pm
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In Italia sono presenti circa 600 negozi equosolidali. I prodotti equosolidali si trovano anche in più di 5000 punti vendita delle grandi catene di distribuzione. Il commercio equosolidale riguarda prodotti provenienti da Paesi in via di sviluppo, soprattutto generi alimentari e artigianato di varia natura, dall’abbigliamento ai giocattoli, dagli articoli per la casa alle bomboniere per ogni cerimonia. Ma per quali motivi si dovrebbero preferire questi prodotti a quelli provenienti dai circuiti delle grandi multinazionali dell’importazione? Ovvero, quali sono le caratteristiche che li rendono diversi? Ecco alcuni punti essenziali:

1. Gli obiettivi: le grandi aziende importatrici operano per il profitto a vantaggio dei Paesi già sviluppati e ricchi, gli importatori equosolidali lavorano contro lo sfruttamento economico, politico e sociale da parte dei Paesi occidentali nei confronti di quelli più poveri.

2. La tutela economica dei produttori: le aziende dei circuiti equosolidali mettono in atto molte strategie per favorire economicamente i lavoratori del Sud del mondo, rimediando a una piccola parte delle ingiustizie che partono dalle antiche tratte degli schiavi e arrivano fino alle favelas. In primo luogo, si stipulano con i produttori contratti stabili e di durata pluriennale, consentendo ai lavoratori di fare progetti a lungo termine. La cifra è pattuita in accordo con i produttori, e non decisa unilateralmente dagli importatori. Il pagamento è corrisposto anticipatamente: non dopo mesi o anni, e non solo se il raccolto è stato abbondante. Sembra assurdo, ma molte multinazionali pagano gli stipendi soltanto in quel caso, senza tenere conto del fatto che anche se una tempesta ha distrutto il raccolto, i contadini hanno lavorato ugualmente.

3. La tutela sociale dei lavoratori: per rientrare nel circuito del commercio equosolidale, un’organizzazione produttiva deve destinare una parte del budget a progetti di sviluppo sociale come scuola, formazione e infrastrutture. Inoltre le organizzazioni equosolidali tendono, mediante la creazione oculata di posti di lavoro, a favorire l’emancipazione di fasce deboli della popolazione, come le donne in Paesi di cultura fortemente maschilista o i malati psichiatrici in aziende dei Paesi occidentali dove le materie prime vengono trasformate. Inutile dire che il lavoro minorile è assolutamente bandito. Ma è davvero inutile dirlo? Forse no, visto che molte multinazionali vi ricorrono ancora abbondantemente.

4. La tutela dell’ambiente: nelle modalità di produzione, negli imballaggi e in ogni aspetto dell’organizzazione si mettono in atto provvedimenti a tutela dell’ambiente: le più evidenti sono l’utilizzo di materie prime riciclabili o riciclate, e l’impiego di tecniche di agricoltura biologica.

5. La filiera: per filiera si intende la catena di passaggi che vanno dal produttore, all’importatore e infine al consumatore. Nella grande distribuzione il prodotto percorre una serie lunghissima di passaggi, che fanno aumentare il profitto per le multinazionali dell’importazione e il tempo durante cui il prodotto invecchia prima di arrivare a noi. Ad esempio, le banane provenienti dalla regione di Meru (Kenya) vengono pagate ai produttori soltanto 3 euro e 50 a casco (fatevi due calcoli) e verranno probabilmente congelate per mesi prima che arrivino sulla nostra tavola, accompagnate quando va bene da un’indicazione di provenienza molto vaga.
Nel commercio equosolidale questa catena di passaggi si accorcia al minimo, potendo così aumentare di molto il profitto per i produttori aumentando solo minimamente il costo per il consumatore, e rendendo ogni ingrediente completamente tracciabile. Su ogni confezione di cibo equosolidale è possibile leggere da quale Paese e da quale specifica organizzazione produttiva provengono gli ingredienti.

6. La qualità: ultima ma non ultima. Decisamente superiore alla maggior parte dei corrispondenti prodotti industriali: assaggiare per credere!

Allora, come mai l’Italia è ancora il Paese più arretrato d’Europa per quantità di acquisti equi e solidali?

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One Response to “Il Commercio Equosolidale: 6 buoni motivi”

  1. […] Senza contare che la maggior parte dei Paesi in questione è povera o poverissima, e questo significa anche che i lavoratori sono facilmente vittime di sfruttamento da parte delle grandi industrie agricole, e non godono delle nostre stesse tutele (sì, nonostante la precarietà del nostro mercato del lavoro, saremo fortunati finché non lavoreremo 14 ore al giorno gomito a gomito con un bambino di dieci anni). Questo in molti casi abbassa un po’ il prezzo, ma per pochi centesimi che non paghiamo noi, qualcun altro paga un prezzo incalcolabile. Tutto questo a meno che il prodotto non venga dal commercio equosolidale, realtà su cui ho scritto un altro articolo: https://ilfruttoconcesso.wordpress.com/2013/01/07/il-commercio-equosolidale/ […]


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